Lo smart working conquista sempre di più le aziende italiane e internazionali ed è oggi regolamentato anche dalle nuove normative introdotte nel Jobs Act. A testimonianza di una crescente popolarità il Comune di Milano dal 22 al 26 maggio, promuove il quarto appuntamento annuale che da “giornata singola” si trasforma in Settimana del Lavoro Agile.

Da più parti è stato criticato in questi mesi la dicitura “lavoro agile” che sembra definire in modo riduttivo l’ampiezza del fenomeno. Il più utilizzato “smart working”, allo stesso tempo, ha il difetto di un inutile inglesismo associato a una contraddizione: nella maggior parte dei casi, e soprattutto per quella grande fascia di professionisti conosciuta come “lavoratori della conoscenza“, non c’è infatti nulla di “smart” in certe scelte che sono invece tentativi di reagire a disoccupazione, mancanza di opportunità, precariato diffuso.

Il Lavoro Agile nel frattempo continua a crescere e propagarsi negli spazi di lavoro condiviso e tra le pareti domestiche. Superando la linea di confine tra lavoro e tempo libero, già abbondantemente contaminata dal web, nell’ottica di un modello di lavoratore “always on”.

La domestication del lavoro diventa l’occasione per disarticolare ogni precedente separazione, prima voluta e sancita, tra sfera pubblica e sfera privata, che significa un prodigioso ampliamento delle possibilità di far “comunicare, lavorare ed essere”, contemporaneamente, il soggetto precario. (Cristina Morini)

Eppure nel “lavoro agile” sembrerebbero esserci vantaggi per tutti: meno costi per recarsi al lavoro, meno inquinamento da rush hours, meno perdite di tempo, meno necessità di uffici giganteschi. Più possibilità di gestire il proprio tempo, anche, ma questo solo in un mercato ideale in cui c’è un equilibrio ideale tra domanda e offerta.

Nella realtà romana che conosco io i lavoratori agili non hanno tempo per nulla, perché non possono rifiutare alcun lavoro, se vogliono arrivare a fine mese con un fatturato decente. I progetti pagati poco e male vanno eseguiti in tempi sempre più brevi. I brief soffrono di una certa superficialità perché si scarica sul lavoratore la maggior parte del processo di costruzione del progetto.

Agli smart worker resta però un grande vantaggio, l’unico davvero rilevante. Un cordone sempre più labile con l’azienda, una distanza sempre maggiore con il management, la possibilità di dire dei “no” e di trattare con la committenza su un piano paritario. E questo l’unico modo per sfuggire a un altro pericolo sempre descritto nel bellissimo articolo di Cristina Morini.

“In tutto ciò, il corpo dei lavoratori precari che lavorano a casa, a domicilio, rischia di essere un corpo che non parla se non con se stesso, se non al telefono, che usa propaggini verso l’esterno come la mail, come i social. È un corpo che, in una solitudine tutta telematica, risulta aperto a introiettare i dettami di un capitalismo che scimmiotta e sollecita l’organizzazione reticolare, neuronale, abbassa progressivamente la soglia di attenzione (12 secondi nel 2000; 8 secondi oggi, secondo i dati di una ricerca canadese commissionata da Microsoft) per fare più cose contemporaneamente (multitasking), deve imporsi l’auto-controllo per poter ottemperare alla propria medesima auto-organizzazione anche se la pianificazione (la decisione) rimane ancorata al cuore centrale dell’impresa (il committente). È un corpo che, piegato dalla necessità di essere il proprio stesso guardiano, essendo sottoposto alla perennità della valutazione e della misurazione che piace a Poletti, si ammala: la produzione è sprovvista di “tempo sensato” e in questo continuum temporale, esaltato dalla dimensione casa/bottega nella quale l’azione potenzialmente incessante del lavoro si svolge, emergono stress e ansia connessi alla paura di “sparire”, appunto. Paura non solo di non essere pagati ma perfino dimenticati”.